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Vino “naturale”? Non si può dire!


Da tempo ormai si fa un gran parlare dei “vini naturali” che si stanno diffondendo sempre di più, sponsorizzati in tv da alcuni grandi chef, e che sono finiti nei listini delle enoteche migliori.
Il dibattito si è ulteriormente acceso dopo il controllo dei funzionari dell’Icqrf (Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari) in una delle più prestigiose enoteche romane, il cui proprietario è stato invitato a ritirare le bottiglie con l’etichetta “vino naturale” e rischia una denuncia per frode in commercio. L’uso del termine “naturale” riferito ad un vino, secondo la normativa comunitaria, non può essere utilizzato in quanto rappresenta un aggettivo migliorativo e tende a discriminare gli altri prodotti.
Un vino potrà essere messo in commercio con la dizione “naturale” solo se e quando la Unione Europea ne definirà in modo preciso i limiti e le caratteristiche e lo collegherà a sistemi di certificazione, così come è avvenuto per il vino “biologico”. Prima del riconoscimento ufficiale della Ue non era possibile mettere in commercio vini etichettati come “biologici”, ma solamente vini etichettati come “provenienti da uve prodotte con metodo biologico”. E’ infatti l’Unione europea che fissa le regole comuni riguardanti l’etichettatura dei vini e stabilisce quali indicazioni e designazioni possono essere riportate in etichetta.
Piaccia o non piaccia, se si vuole stare in Europa, le regole vanno rispettate. Si può chiedere o addirittura pretendere che vengano cambiate, ma non si possono disattendere. La vicenda delle quote latte dovrebbe averci insegnato qualcosa.
E’ inoltre interesse degli stessi produttori che ci siano delle regole precise. L’attenzione nei confronti dei vini naturali, negli ultimi tempi, ha fatto sì che molti produttori improvvisati siano saltati sul carro del vincitore, sfruttando il momento, ma producendo vini difettosi, per non dire imbevibili.
In Italia si contano ormai diverse associazioni di produttori che ambiscono di potersi fregiare dell’espressione “naturale”, ma hanno opinioni discordanti. Il concetto di “naturale”, infatti, è per niente pacifico.
Ha senso stimare innaturale l’aggiunta di anidride solforosa, quando lo zolfo è presente nell’uva e la solforosa viene prodotta dai lieviti di fermentazione? Ha senso pretendere che sia innaturale l’aggiunta di lieviti selezionati, e magari selezionati proprio nella vigna del produttore, dunque autoctoni?
La locuzione “vino naturale” è molto ambigua, anche sotto l’aspetto squisitamente semantico. Al momento “vino naturale” è un semplice claim, che non identifica le caratteristiche produttive e la qualità del prodotto. Ciascuno può avere il proprio concetto di “naturale”, che differisce da quello di altri. E’ come doversi basare sulla dichiarazione di ciascuna cantina, o come chiedere all’oste se ha il vino buono.
Qualche esperto di diritto suggerisce ai vinificatori che vogliono proprio usare per la vendita il termine “vino naturale”, per essere nella legalità, di specificare nel modo più chiaro possibile in trasparenza, “naturale perché….”, ma attenzione, devono poi poterlo dimostrare!
Intanto all’orizzonte è comparsa un’altra novità mediatica: un nuovo “movimento” chiamato “vino libero”, creato da Oscar Farinetti, patron di alcune case vinicole, nonché fondatore di Eataly. Il messaggio, a detta di molti “commerciale”, costruito per far breccia sul consumatore, è però chiaro e incisivo: vino libero dai concimi, dagli erbicidi e libero da tutti i solfiti.

Roberto Damonte, presidente Cia Cuneo