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Le linee del Ministero sulla biodiversità


La tutela della biodiversità ha assunto un’importanza strategica in campo internazionale e nazionale; l’Italia, consapevole del proprio ruolo, ha avviato nel corso degli ultimi anni una serie di azioni mirate all’approvazione di strategie agro-ambientali condivise tra Stato, Regioni e Province Autonome.
Tra le varie iniziative, sono state pubblicate le “Linee guida per la conservazione e la caratterizzazione della biodiversità vegetale, animale e microbica di interesse per l’agricoltura” (http://www.reterurale.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/9580).
Il lavoro, realizzato con il contributo del Mipaaf nell’ambito del programma di attività per l’attuazione del Piano Nazionale per la Biodiversità di interesse agricolo, e con la supervisione del Comitato Permanente per le Risorse Genetiche in Agricoltura, contiene linee operative indirizzate alle esigenze di tutti gli operatori che si occupano di biodiversità, che si tratti di agricoltori, esperti del mondo accademico o funzionari delle amministrazioni.
Le Linee guida sono uno strumento necessario per la conservazione e la caratterizzazione delle specie,varietà e razze locali in grado di dare piena attuazione al Piano Nazionale per la Biodiversità di interesse agricolo. È il primo significativo lavoro nel quale si propongono oltre alle linee operative per la tutela della biodiversità animale e vegetale anche quelle microbiche di interesse alimentare e del suolo.
Si tratta di una risposta concreta alle esigenze degli operatori che lavorano per la tutela dell’agrobiodiversità soprattutto nell’ambito dei programmi di sviluppo rurale regionali (tutela delle risorse genetiche). Le varietà e le razze locali devono essere correttamente identificate, partendo innanzitutto da un’accurata ricerca storico-documentale volta a dimostrare il legame con il territorio di provenienza.
Secondo le linee guida la conservazione delle varietà locali non è realizzabile, se non nel bioterritorio, con le tecniche agronomiche dettate dalla tradizione rurale locale, in un rapporto strettissimo e di dipendenza reciproca, tra chi effettua la conservazione ex situ (banche del germoplasma) e chi salvaguarda e favorisce la conservazione on farm (coltivatori/allevatori custodi).
La possibilità reale di recupero e di reintroduzione nel bioterritorio di una varietà locale
tradizionalmente riconosciuta, è strettamente legata alla valorizzazione delle produzioni da parte degli stessi coltivatori/allevatori custodi. Un sostegno finanziario da parte degli Enti locali all’impegno attuale e futuro di questi agricoltori potrà favorire la coltivazione e la conservazione delle varietà locali a rischio di estinzione, che normalmente non sono valorizzate all’interno dei circuiti commerciali correnti.
Per quanto concerne il settore zootecnico, il rapporto, oltre che porre in rilievo il valore intrinseco delle razze autoctone italiane in quanto patrimonio nazionale insostituibile ed irripetibile, evidenzia la necessità di approfondire il lavoro sulla valutazione economica – attuale e futura – delle razze domestiche e dei servizi sociali, scientifici, culturali ed ambientali da esse forniti.
Tali conoscenze sono un requisito fondamentale per fare progredire ed evolvere le strategie complessive e le singole attività di conservazione della biodiversità in agricoltura – e delle razze autoctone in particolare – messe in atto sino ad oggi. Strategie ed attività che, se in molti casi hanno permesso di scongiurare o rallentare l’estinzione delle razze autoctone, in altri si sono spesso rivelate inefficaci nell’arrestare un processo di erosione genetica iniziato con l’affermarsi di sistemi produttivi, di cui oggi si incominciano a riconoscere limiti e criticità. I risultati di queste strategie, descritte in un’analisi preliminare sulla situazione mondiale e italiana delle risorse genetiche animali e sulle cause della loro estinzione, dimostrano la necessità di attivare, in tempi brevi, nuove e diversificate iniziative di conservazione.
Sulla base di queste considerazioni, nel rapporto viene proposto un approccio innovativo nella definizione delle strategie di conservazione sinora adottata in Italia. Tale approccio è basato non solo, come fatto sinora, sullo stato di rischio delle razze, ma anche, e soprattutto, sulla valutazione della loro importanza attuale e futura in vari settori ed ambiti (economico-produttivo, sociale, storico, culturale, ecologico, paesaggistico, etc.), nonché sulle loro specifiche caratteristiche.
Queste sono valutate attraverso descrittori morfologici (da utilizzare, in particolare ma non in via esclusiva, con popolazioni non ancora iscritte a Libri Genealogici o a Registri Anagrafici) e descrittori molecolari. In tal modo, è possibile individuare, per ogni singola razza, obiettivi di conservazione specifici e differenziati, per il cui conseguimento vanno utilizzate le tecniche di conservazione di volta in volta più idonee (in situ, ex situ o una combinazione di esse).
Solo con questo cambio di impostazione sembra possibile, da una parte, scongiurarne la scomparsa. Nel rapporto viene dato ampio risalto alla dimensione regionale e locale degli interventi proposti, che devono rientrare nell’ambito di una strategia nazionale di conservazione delle risorse genetiche animali. Al fine di realizzare gli obiettivi di tutela, gli enti regionali e locali si trovano, infatti, nella posizione migliore per sostenere le comunità locali nella conservazione delle razze autoctone, mediate l’applicazione – in molti casi già in atto – di una governance, che assicuri un giusto equilibrio tra le politiche di sviluppo del settore zootecnico e gli obiettivi in tema di conservazione della biodiversità.