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Armi spuntate contro le micotossine nel mais


Le micotossine hanno nomi molto strani: Aflatossine, Zearalenone, Fumosine, Tricoteceni, Ocratossine, ma i maidicoltori delle Regioni del Nord sono stati costretti ad imaprarli a loro spese, perché da qualche anno a questa parte la presenza di micotossine nel mais, oltre i limiti ammessi dalla legislazione europea, è diventata un problema costante in vasta aree della Pianura Padana, a causa di condizioni climatico-ambientali sfavorevoli. Essendo alcune micotossine tossiche, la questione è molto delicata perché di mezzo c’è tutta la filiera che comprende anche l’alimentazione umana, attraverso le vacche da latte.
Le micotossine sono prodotte da funghi patogeni che penetrano nelle lesioni provocate alla pianta e alle cariossidi dalla larva della farfalla Piralide. La loro presenza in quantità oltre i limiti di legge rende inutilizzabile la granella di mais come mangime per animali. In alcune annate una certa preoccupazione hanno destato anche agli insilati di mais (silomais e pastone), nonostante siano solitamente meno soggetti della granella a questo problema, grazie all’acidità della materia insilata che ostacola la moltiplicazione e diffusione del fungo.
Il Ministero della salute in una nota del 16 gennaio 2013, ha prescritto che il mais contaminato debba essere incenerito o avviato al biogas in accordò con l’autorità competente, nella fattispecie il servizio sanitario regionale. Alcune Regioni del Nord hanno siglato un protocollo di intesa per l’impiego del mais contaminato negli impianti di biogas.
Molti critici però eccepiscono l’insensatezza di devolvere, in un Paese dove il cemento nel secolo scorso ha coperto metà della pianura Padana, molti degli spazi fertili ancora rimasti alla produzione di elettricità.
I “mezzi agronomici tradizionali” sono scarsamente efficaci per evitare la proliferazione delle micotossine nel mais per cui è necessario ricorrere agli insetticidi, che però non sono in grado di controllare l’infezione, soprattutto se l’annata è caratterizzata da un clima caldo e umido. Ed inoltre l’uso di insetticidi, in piccola o grande quantità, non è mai positivo per l’ambiente.
Queste sono cose stranote agli addetti ai lavori, come è stranoto che alcuni mangimifici ricorrano al mais importato, quasi tutto ogm, per “tagliare” il mais italiano inquinato e abbassarne il contenuto patogeno. Pratica illecita ma, stando ai si dice, in uso.
Un rimedio magari non risolutivo, ma certamente più efficace ci sarebbe: numerosi studi hanno evidenziato che nei mais Bt, cioè con transgeni che codificano una proteina tossica per la Piralide, le concentrazioni di aflatossine sono molto più basse che nelle varietà convenzionali.
In questa sede non vogliamo sostenere che l’Italia debba autorizzare la coltivazione dei mais Bt, ma è evidente che il problema delle micotossine nel mais è grave e non è risolvibile in modo soddisfacente con gli strumenti di cui dispongono attualmente i nostri maidicoltori.

Lodovico Actis Perinetto
presidente Cia Piemonte